Etna, l’eruzione del 1981: quando la lava sfiorò Randazzo in sole 48 ore

Nel marzo del 1981 l’Etna diede uno dei segnali più inquietanti per chi vive sul suo versante settentrionale: migliaia di piccoli terremoti, sempre più frequenti e intensi, indicarono che il magma stava risalendo e fratturando il fianco del vulcano.

Il 17 marzo si aprì un sistema di fessure eruttive in quota. Nel giro di poche ore le fratture si propagarono verso il basso e alimentarono una colata eccezionalmente rapida, diretta tra Randazzo e Montelaguardia. In due giorni la lava attraversò boschi e terreni coltivati, interruppe strade e ferrovie e arrivò a minacciare da vicino i centri abitati.

I segnali prima dell’eruzione

Da settimane il versante nord dell’Etna era interessato da uno sciame sismico. Il 16 marzo i terremoti si susseguivano a un ritmo di circa cinquanta eventi l’ora e alcune scosse venivano avvertite anche nei paesi alle pendici del vulcano, compresa Randazzo.

A diversi chilometri di profondità, una massa di magma si faceva strada verso la superficie. La pressione rompeva progressivamente le rocce, generando le scosse e suggerendo ai vulcanologi che un’eruzione laterale potesse essere imminente nel settore settentrionale della montagna.

L’ultima eruzione laterale risaliva ad appena un anno e mezzo prima, all’agosto del 1979. Per la popolazione etnea, dunque, quei segnali erano tutt’altro che astratti.

17 marzo 1981: si apre il versante nord

Alle 13:37 del 17 marzo cominciarono ad aprirsi le prime fessure eruttive, a quote comprese tra 2.625 e 2.500 metri. I vulcanologi dell’Università di Catania e dell’allora Istituto Internazionale di Vulcanologia seguirono l’inizio dell’eruzione anche sorvolando il vulcano in elicottero.

Le bocche produssero fontane di lava, diverse colate di modesta estensione e occasionali esplosioni freatomagmatiche, dovute all’interazione tra il magma incandescente e la spessa coltre di neve. Intanto il sistema di fratture continuava a propagarsi verso nord-nordovest, in direzione di Randazzo.

Apertura delle prime fessure eruttive sul versante settentrionale dell'Etna il 17 marzo 1981, osservata da un elicottero.
Figura 1 — Le prime fessure eruttive sul versante settentrionale dell’Etna, 17 marzo 1981. Sullo sfondo, una nube di cenere viene emessa dalla Bocca Nuova. Foto: Romolo Romano, Istituto Internazionale di Vulcanologia.

La colata accelera verso Randazzo

Nella serata del 17 marzo si aprì una nuova frattura a circa 1.800 metri di quota. Da questa bocca cominciò a uscire una colata molto più voluminosa, che avanzò rapidamente verso nord minacciando Montelaguardia, pochi chilometri a est di Randazzo.

Fessura eruttiva a quota 1.800 metri sul versante nord-occidentale dell'Etna, osservata da un elicottero il 18 marzo 1981.
Figura 2 — La fessura eruttiva a quota 1.800 metri nel mattino del 18 marzo 1981. Foto: Salvatore Cucuzza, Università di Catania.

Nelle prime ore del 18 marzo il sistema di fratture continuò ad aprirsi verso quote inferiori e, nella tarda mattinata, raggiunse circa 1.400 metri. La colata principale, alimentata dalla bocca a 1.800 metri, si incanalò tra Randazzo e Montelaguardia; contemporaneamente, altre colate emesse dalle bocche più basse scesero verso Randazzo.

La colata lavica dell'eruzione del 1981 avanza nelle campagne a breve distanza da Randazzo.
Figura 3 — La colata principale durante le ore culminanti dell’eruzione, a breve distanza dalle prime case di Randazzo. Foto: Salvatore Cucuzza, Università di Catania.

I danni a campagne e infrastrutture

In poche ore la lava attraversò boschi, vigneti e terreni coltivati, distruggendo edifici rurali e interrompendo le principali vie di comunicazione. Vennero tagliati i binari delle Ferrovie dello Stato e della Ferrovia Circumetnea, la Strada Statale 120 e diverse strade secondarie.

Le colate travolsero anche linee elettriche e telefoniche, lasciando temporaneamente Randazzo isolata. Il fronte principale arrivò nell’alveo dell’Alcantara, dove si fermò senza raggiungere il fiume, dopo avere percorso circa 7,5 chilometri dalle bocche eruttive.

La rapidità dell’avanzata richiamò alla memoria l’eruzione del 1928, quando una colata dell’Etna distrusse gran parte dell’abitato di Mascali. Nel 1981 Randazzo e Montelaguardia evitarono un esito simile, ma i danni alle campagne e alle infrastrutture furono comunque ingenti.

Dal 19 al 23 marzo: l’attività si arresta

Nel pomeriggio del 18 marzo la propagazione delle fratture terminò con l’apertura di piccole bocche a quote comprese tra 1.250 e 1.115 metri. Queste produssero volumi di lava più modesti e l’eruzione cominciò gradualmente a perdere intensità.

Attività stromboliana residua alle bocche eruttive più basse dell'eruzione dell'Etna del 1981.
Figura 4 — Dopo il 19 marzo rimasero attive le bocche più basse, a circa 1.115 metri, senza minacciare ulteriormente Randazzo. L’attività cessò il 23 marzo. Foto: Salvatore Cucuzza, Università di Catania.

Una debole attività stromboliana continuò fino al 23 marzo, alimentando solo scarsamente la colata diretta verso Randazzo. Il fronte lavico si arrestò definitivamente a circa due chilometri dal centro abitato.

Perché la colata del 1981 fu così veloce

Il volume complessivo dell’eruzione è stato stimato tra 20 e 30 milioni di metri cubi: una quantità non eccezionale per l’Etna. A rendere particolare l’evento fu soprattutto la velocità con cui la lava venne emessa durante la fase iniziale.

Una ricostruzione scientifica pubblicata nel 2012 ha calcolato un tasso di effusione massimo di circa 640 metri cubi al secondo, un valore insolitamente elevato per l’Etna e coerente con la rapidissima avanzata osservata sul terreno. Secondo lo studio, il magma in risalita potrebbe avere intercettato un serbatoio magmatico superficiale, aggiungendone il contenuto al flusso e aumentando bruscamente la portata.

Mappa delle fessure e dell'evoluzione temporale del campo lavico dell'eruzione dell'Etna del 1981.
Figura 5 — Sistema di fessure ed evoluzione temporale del campo lavico. Sono indicate Randazzo, le infrastrutture attraversate dalla lava, il fiume Alcantara e i crateri sommitali. Fonte: Coltelli et al., 2012.

La memoria dell’eruzione

Le testimonianze raccolte negli anni successivi descrivono tre giorni drammatici: case e terreni perduti, animali che non fu possibile mettere in salvo, cisterne investite dalla lava e famiglie costrette ad allontanarsi mentre il fronte avanzava.

Dai racconti emerge anche una difficoltà nella circolazione delle informazioni. La possibilità di un’eruzione imminente era stata ripresa dalla stampa internazionale il giorno precedente, ma una parte della popolazione locale ne venne a conoscenza soltanto quando la lava era già visibile vicino alle campagne di Randazzo.

L’eruzione del 1981 resta quindi un caso di studio importante: dimostra come un evento dal volume relativamente contenuto possa produrre conseguenze gravi quando le bocche si aprono a bassa quota e la lava viene emessa con portate eccezionali.

Domande frequenti sull’eruzione dell’Etna del 1981

Quando iniziò l’eruzione del 1981?

Le prime fessure eruttive si aprirono il 17 marzo 1981 sul versante settentrionale dell’Etna. La fase più intensa si concentrò tra il 17 e il 19 marzo, mentre una debole attività residua proseguì fino al 23 marzo.

La lava raggiunse Randazzo?

No. La colata principale attraversò le campagne e interruppe strade, ferrovie e linee di servizio, ma si arrestò prima di raggiungere il centro abitato.

Quanta lava venne emessa?

Le stime indicano un volume totale compreso tra 20 e 30 milioni di metri cubi. Il tasso massimo di effusione è stato ricostruito in circa 640 metri cubi al secondo.

Perché questa eruzione viene considerata eccezionale?

Per la combinazione tra l’apertura progressiva di bocche a quote sempre più basse e l’elevatissima portata della fase iniziale. Questi due fattori permisero alla colata di avanzare molto rapidamente verso aree coltivate, infrastrutture e centri abitati.

Fonte scientifica

Mauro Coltelli, Maria Marsella, Cristina Proietti e Silvia Scifoni, The case of the 1981 eruption of Mount Etna: An example of very fast moving lava flows, Geochemistry, Geophysics, Geosystems, 2012. DOI: 10.1029/2011GC003876.